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mercoledì 18 novembre 2015

BLACK WOLF [capitolo 2] - prima parte

ATTENZIONE!
La lettura del seguente racconto è consigliata ad un pubblico maturo; ogni riferimento a persone o situazioni reali è puramente casuale e non diffamante. Vi chiedo inoltre, di non appropriarvi o divulgare questo racconto, poiché non è assolutamente a scopo di lucro ma solo per puro divertimento personale. Buona lettura.

BLACK WOLF [capitolo 1] - prima parte 
BLACK WOLF [capitolo 1] - seconda parte


BLACK WOLF
[capitolo 2]

 Lacrime di coccodrillo 
(prima parte) 

È tardi, ma non gli importa, troverà una scusa per giustificarsi con sua moglie, Elisabeth; la classica riunione d'ufficio oppure i festeggiamenti per la sua nuova promozione, non importa, qualsiasi cosa gli va bene, ma per ora vuole rimanere da solo. Samuel ha ben altro per la testa, qualcosa che neppure la bottiglia di The Maccalan ha saputo allontanare. Anzi, come un fiume in piena, l'alcool ha rotto gli argini della sua memoria, travolgendolo e portandolo con la mente a quella maledetta notte di dodici anni prima, quando la sua vita è cambiata in modo irreversibile. Momenti indelebili che per anni ha cercato invano di cancellare: perché al passato non si può di certo scappare, specialmente da un passato come il suo, da quel gesto terrificante, costretto ad uccidere la donna che amava per evitare il concatenarsi di eventi che avrebbero potuto trasformare il mondo in una distesa di cenere. Per anni ha convissuto con il peso di quell'azione, cercando conforto nella speranza che quel gesto abbia potuto salvare miliardi di vite, che la sua morte non fosse vana e che per qualche ragione, fosse addirittura necessaria. Ma poche ore fa, il passato è tornato a bussare alla sua porta, quella donna che aveva amato con tutto se stesso e che credeva morta, in realtà, morta non lo è mai stata. Per tutto il pomeriggio, Samuel ha ripensato a quella notte, all'ultima volta che i due si parlarono, a quelle ultime parole dette prima di premere il grilletto. La colpì al cuore, a una distanza troppo ravvicinata per fallire il colpo. Il corpo fu in seguito portato via da "loro" e probabilmente sciolto nell'acido, o chissà; Samuel non volle mai sapere che fine avesse fatto il corpo di Nora, la donna che non smise mai di amare. Oggi però, dopo aver guardato le foto per ore, incredulo e visibilmente scosso, nella sua testa ha iniziato a farsi strada l'idea che quella donna fotografata al fianco di Francesco Mancuso possa essere veramente lei, Red Basilisk, l'assassina. La donna con la quale aspettava un figlio, quella stessa persona che dovette uccidere con le sue stesse mani. Ma come  è possibile che sia ancora viva? Samuel ha un unico modo per scoprirlo, ed è incontrarla di persona. 

«Sì amore, scusami ma avevo il telefono spento perché ero in riunione, poi è arrivato Harry con i ragazzi che mi hanno offerto un giro di birra al Doolin. Sì...No, non sono ubriaco, tranquilla, ma preferisco rimanere qui ancora una qualche oretta, giusto per smaltire meglio. Stai tranquilla...sì, sì, non...sì, d'accordo sono uno stupido...sì, hai ragione, scusa. Sì, a più tardi, dai un bacio a Heather e non aspettarmi sveglia, arrivo appena le gambe mi reggeranno in piedi. Scherzavo, non fare così...sì hai ragione, ora scusa ma devo andare, a dopo, ciao amore». Finita la chiamata con la moglie, Samuel apre il primo cassetto della sua scrivania in mogano ed estrae un secondo telefono, digita un numero che conosce a memoria e attende che qualcuno dall'altro lato risponda. Le luci dei palazzi che circondano la Swartz&Menhel Group illuminano la penombra del suo ufficio; il palazzo dove ha sede la società fittizia che usa per far circolare le ingenti somme di denaro che riceve dai suoi servizi, è l'unico che di notte non ha mai le luci accese. Un palazzo di dieci piani completamente vuoto, con l'unica eccezione per il piano terra, dove si trova l'entrata e la scivania dell'unica dipendente che ha assunto, la segretaria che gestisce i suoi appuntamenti nonostante non sappia nulla della vera professione di Samuel. Tina è una donna timida, non  ha mai chiesto nulla del perché non ci siano altri impiegati e, per quello che le interessa, gli basta avere uno stipendio a fine mese. Una brava persona che non immagina di essere al servizio di uno dei sicari più famosi del mondo.
 

«Dimmi Wolf, cosa ti serve?» Risponde una voce dall'accento russo all'altro capo del telefono. «Mi serve un biglietto di sola andata per San Francisco a nome di Vincenzo Marchesi, più una copia dei documenti di indentità che ti invio tra poco. Prima classe va benissimo, grazie. Devo partire questo sabato, possibilmente alla mattina». Gli risponde Samuel, mentre estrae dalla tasca della giacca un terzo telefono ed invia al russo una copia dei documenti. «D'accordo Wolf, domani pomeriggio, al solito posto. A presto».

«Sam, lo sappiamo entrambi come andrà a finire. Nessun perdono per chi tradisce, quindi sparami. Me lo merito. Alla fine è colpa mia se tutto è andato storto; sono stata io a far crollare il vostro fragile castello di carte e ora sono pronta, eccomi, mi arrendo a voi. Sparami e facciamola finita una volta per tutte» ... «Non posso Nora, non posso ucciderti. Non possono chiedermi questo. Non posso fare del male proprio a te, tu sei tutto ciò che mi resta. Io ti amo Nora. Ti prego, ascoltami, possiamo fuggire da tutto questo. Possiamo nasconderci e vivere finalmente una vita normale. Ti scongiuro Nora, non puoi obbligarmi a fare questo. Come posso uccidere la donna che porta in grembo mio figlio?!?».«Non ha più importanza, ormai, sbrigati e non perdere altro tempo o loro ci uccideranno entrambi». La donna spalanca le braccia, mentre lui, gli punta la pistola all'altezza del cuore. Deve farlo, non può fermarsi, è troppo tardi per tornare indietro e tutto questo deve finire solo con la morte di lei. Lo sanno entrambi, ma Samuel non riesce a premere il grilletto, la mano gli trema, mentre con un filo di voce sussurra: «Sono stato io». La donna lo guarda incredula. «Cos'hai detto?». Gli chiede esterrefatta, mentre lentamente abbassa le mani e fa un passo in avanti. «Ho detto che tutto questo è colpa mia. Non sei l'unica ad averli traditi. Ho dato tutti i file che hai rubato al governo, loro sanno tutto. Sanno i nomi, i luoghi, le date. Ora entrambe le parti hanno quello che cercavano. Siamo entrambi complici, meritiamo entrambi di morire». Risponde lui, sperando che lei capisca. Ma non lo fa, rimane in silenzio a guardarlo fisso negli occhi, mentre il suo sguardo si fa improvvisamente cupo. «Tu cosa?!? Hai idea di che cosa hai fatto? Potevi salvarti, potevi far ricadere la colpa solo su di me, potevi rifarti una vita e lasciarti alle spalle tutto quanto. Ma hai rovinato tutto; tu non sei una spia come me, non sai cosa c'è dietro a tutto questo. Non puoi nemmeno lontanamente immaginarlo. Avrei potuto sacrificarmi per il mio paese, ma ora sono costretta a farlo. Mi dispiace Sam, non avrei mai voluto che accadesse ma ci sono in ballo le vite di miliardi di pers...». Un colpo solo, dritto al cuore. Nora guarda impietrita l'uomo, mentre fa cadere a terra la pistola che aveva lentamente estratto dalla fondina. Lui, in lacrime, abbassa l'arma. «Mi dispiace». Ripete singhiozzando. «Mi dispiace così tanto...». La guarda esalare l'ultimo respiro, mentre dalla sua bocca esce un rivolo di sangue che le scivola lungo il viso. L'uomo osserva disperato il corpo della donna riversa a terra, mentre gli si avvicina piangendo e singhiozzando per darle un ultimo bacio. 
«Mi dispiace amore mio, mi dispiace, non avevo scelta...non avevo scelta...».  

lunedì 15 dicembre 2014

BLACK WOLF [capitolo 1] - seconda parte

ATTENZIONE!
La lettura del seguente racconto è consigliata ad un pubblico maturo; ogni riferimento a persone o situazioni reali è puramente casuale e non diffamante. Vi chiedo inoltre, di non appropriarvi o divulgare questo racconto, poiché non è assolutamente a scopo di lucro ma solo per puro divertimento personale. Buona lettura.

BLACK WOLF [capitolo 1] - prima parte 
 
BLACK WOLF 
[CAPITOLO 1]
 
 
Un lupo nel gregge 
(seconda parte)

« Congratulazioni Sam!» grida mentre entra dalla porta assieme alla sua famiglia Joe Silvestri, il vicino di casa di Samuel, che di pronta risposta lo ringrazia con un sorriso e una stretta di mano. Una volta entrati e richiusa la porta alle loro spalle, Sam li fa accomodare in salotto, dove sua moglie Elisabeth e la piccola Heather stanno finendo di apparecchiare la tavola. « Allora Sam, raccontami nei dettagli di come glielo hai messo nel ...» « Modera immediatamente i termini Joe! Ci sono i bambini! » gli sbraita con voce squillante Maria, sua moglie. Lui, il classico americano medio, sovrappeso e mezzo calvo; nonostante i litri di dopobarba che utilizza non riesce a togliersi di dosso la puzza di sigaro. Joe è anche il proprietario di una piccola ditta di imballaggi e per questo motivo si reputa un grande uomo d'affari anche se, in realtà, tutti sanno che per colpa del gioco d'azzardo ha rischiato più volte il fallimento. Maria è invece una donna fisicata e lampadata, sempre alla perenne ricerca del segreto per l'eterna giovinezza; passa più tempo in palestra che con i due figli, Mark e Tom, lasciandoli crescere come piccoli selvaggi allevati da baby sitter con ancora i denti da latte. Viscida, acida, egocentrica e paranoica: un mix perfetto per fare di lei una perfetta macchina mangiasoldi. I due sono però le uniche persone con cui la signora Summer è riuscita a stringere amicizia da quando si sono trasferiti nel quartiere residenziale di Salt Lake City dove, tra ville con piscina e auto di lusso, riuscire ad approcciarsi con qualcuno non è affatto semplice.

«...e dovevi vedere la faccia del signor Hernandez, ti giuro, ha firmato senza dire una parola ed è uscito dalla stanza urlando in spagnolo qualcosa riguardante mia madre ed un mulo. O almeno, così mi è sembrato di capire » Joe scoppia fragorosamente a ridere, scatenando l'ilarità generale. «Non pensate anche voi che Sam stava meglio con i baffi?» Chiede Elisabeth, che non si riesce ad abituare al nuovo look del marito. Lei è l'esatto opposto di Maria: Slanciata, bionda e con un viso molto giovanile nonostante stia andando verso i quarant'anni, occhi brillanti e sguardo amorevole. Quando sorride gli si formano delle fossette che a Sam fanno letteralmente impazzire, la farebbe ridere continuamente solo per ammirarle. I due si sono conosciuti durante una convention delle rispettive aziende, quando Sam le chiese se avesse visto passare un uomo di colore con una valigetta in mano. Poco dopo Sam tornò da lei per ringraziarla dell'aiuto e gli promise che, una volta finita la convention, le avrebbe offerto volentieri il pranzo. Dopo un anno sono andati a convivere assieme e due anni dopo si sono sposati ed è nata Heather, la piccola principessa di casa, fotocopia della madre, che per fortuna da Sam ha preso poco e niente. O almeno, così dice sempre Joe. «Effettivamente adesso che me lo fai notare è vero. Sam, come mai questo tuo cambiamento radicale? Eri stufo d'avere più peli in faccia che in testa?» Joe scatena un'altra risata colerica. «No, è che veramente...» troppo imbarazzato per trovare una risposta sensata e credibile. «Dai Sam, non te la prendere, si nota solo da vicino che porti il parrucchino. Te lo giuro» E Joe scoppia nuovamente a ridere, mentre Elisabeth allunga una mano verso quella di Sam, come per consolarlo della sua calvizia. «Papà quetto è pe tte» interviene Heather, portando al padre un foglio di carta con la scritta glitterata "bRAvo pApà" e tutt'attorno disegnati dei cuoricini rossi. A Sam gli si stringe il cuore e dopo averla ringraziata abbracciandola e dandole un bacio sulla guancia, guarda sua moglie e le sorride dolcemente. «Credo sia ora di andare, grazie Elisabeth per l'ottimo pranzo» dice Maria, mentre con una gomitata istiga il marito a ringraziare pure lui per il pasto. «Grazie per averci invitati. Questo sabato avrei intenzione di fare una grigliata da me, che ne dite? Ci farebbe piacere avervi come ospiti» chiede Joe mentre insieme alla moglie e ai due figli si dirigono verso la porta, accompagnati da Sam che dopo un breve scambio di sguardi con la moglie gli risponde con un incerto: «Vi faremo sapere, sapete, con il lavoro che faccio non sono mai sicuro di poterci essere». Dopo i saluti e una volta richiusa la porta, Sam sospirando, si lascia fuggire un: «Pensavo non se ne andassero più!» mentre con una mano si leva il parrucchino dalla testa. «Dai, non dire così. Lo sai che non mi piace quando tratti male i Silvestri» lo rimprovera la moglie, «Lo so, ma non riesco a sopportarli comunque» le risponde lui mentre sconsolato si dirige verso il bagno. «Sam, questa sera, dopo che Heather si è addormentata, ho in serbo per te una festa privata. Una di quelle dove non puoi mancare». Elisabeth sa sempre come far tornare il buon umore a quel brontolone di suo marito.

La BMW nera di Sam entra nel parcheggio sotterraneo della Swartz&Menhel Group, un palazzo di dieci piani nel centro di Salt Lake, con ampie vetrate e all'entrata un arco in pietra con sopra il nome della società. Sam esce dall'ascensore al piano terra e subito viene salutato da Tina, la segretaria dietro al bancone dell'entrata principale. «Buongiorno signor Summer, è appena arrivato il signor Russel e la sta aspettando nel suo ufficio». Mentre la ringrazia con un sorriso, Sam si dirige verso la scalinata in vetro e acciaio che porta agli uffici del primo piano. Attraversa una stanza completamente vuota, dove i suoi passi riecheggiano interrompendo l'innaturale silenzio, fino a giungere davanti ad una porta chiusa, estrae quindi dalla tasca la sua chiave ed entra. «Sei in ritardo, Wolf» dice con voce profonda un uomo sulla sessantina, con lunghi capelli argentei, un paio di occhiali da sole rotondi, vestito elegante e con fare aristocratico. «Come mai sei venuto di persona? Mi è sembrato d'averti detto che per un po' sarebbe stato meglio evitare di vederci faccia a faccia» gli risponde Sam infastidito. «Wolf, mettiti tranquillo, questa è la copia delle chiave del tuo ufficio» e gli lancia la piccola chiave che Sam prende al volo con una mano. «Dopo di oggi ti avviserò in anticipo quando verrò a trovarti in questo bel posticino. E comunque, complimenti per l'arredo. Vedo che non badi a spese» lo schernisce, riferendosi all'ufficio completamente vuoto, fatta eccezione per una scrivania ed una sedia al centro della stanza. «Di come arrendo la mia società non sono problemi che ti riguardano, quindi: dimmi che cosa sei venuto a fare qui, ti conosco e sono sicuro che mi stai per chiedere un favore di quelli grossi» gli risponde Sam mentre si mette a sedere dietro la scrivania. «Sono qui per conto di Mike Mancuso, il nipote di Francesco Mancuso, il nuovo boss della malavita della Costa Est. Lui e suo zio non vanno per niente d'accordo e da quando il padre di Mike è morto, i due si fanno guerra a vicenda per il controllo di quelle zone» «E come mai è venuto a cercare proprio me? Per un lavoro del genere gli conveniva cercare un killer più a buon mercato. Da quello che ho sentito, Francesco Mancuso è già con un piede nelle fossa, o sbaglio?» gli domanda perplesso Sam, mentre Russel rimane immobile davanti alla scrivania. «Avrà un piede nella fossa come dici tu, ma per proteggersi dal nipote ha ingaggiato una guardia del corpo molto speciale. Nessun killer assoldato da Mike prima di te ha più fatto ritorno, per questo motivo vuole ingaggiare il migliore che c'è al momento in circolazione». Sam scoppia a ridere. «Ti ringrazio Russel per il complimento e per la leccatina di culo che mi stai dando, ma dammi un motivo valido per cui dovrei uccidere un vecchio decrepito che molto probabilmente non arriverà a Natale. E siamo già a Dicembre», Russel tira fuori dalla tasca interna della giacca una busta contenente delle foto. «Queste me le ha date Mike di persona, le ha scattate l'ultimo uomo che aveva pagato per questo lavoro. Voleva scoprire chi fosse questa misteriosa guardia del corpo dello zio e ti giuro, appena ho visto le foto mi è quasi venuto un infarto». Sam prende in mano le foto e le osserva attentamente, mentre gli occhi mettono a fuoco l'immagine, un brivido gelido gli percorre il corpo. «...non può essere lei...» sussurra mentre con occhi sgranati fissa le foto. «Russel, io l'ho uccisa. Gli ho sparato al cuore. L'ho vista morire. Ti prego Russel, dimmi che mi stai prendendo per il culo!» l'uomo dai lunghi capelli argentei si volta di spalle e si dirige verso la porta dell'ufficio «Sapevo che avresti accettato, più tardi ti farò chiamare da Mike Mancuso in persone, così che vi possiate accordare per la cifra esatta che ti dovrà pagare. Ah, un'ultima cosa, quella donna della foto è proprio lei, Red Basilisk». Mentre Russel esce dall'ufficio, la mente di Sam è proiettata a quella notte di dodici anni prima, quando la sua vita cambiò per sempre.

«Sam, lo sappiamo entrambi come andrà a finire. Nessun perdono per chi tradisce, quindi sparami. Me lo merito. Alla fine è colpa mia se tutto è andato storto; sono stata io a far crollare il vostro fragile castello di carte e ora sono pronta, eccomi, mi arrendo a voi. Sparami e facciamola finita una volta per tutte» ... «Non posso Nora, non posso ucciderti. Non possono chiedermi questo. Non posso fare del male proprio a te, tu sei tutto ciò che mi resta. Io ti amo Nora. Ti prego, ascoltami, possiamo fuggire da tutto questo. Possiamo nasconderci e vivere finalmente una vita normale. Ti scongiuro Nora, non puoi obbligarmi a fare questo. Come posso uccidere la donna che porta in grembo mio figlio?!?».

giovedì 29 maggio 2014

BLACK WOLF [capitolo 1] - prima parte

ATTENZIONE!

Quello che andrete a leggere è il primo capitolo di un racconto che sto scrivendo, tutto ciò che leggerete è frutto della mia mente e ogni coincidenza con nomi e avvenimenti realmente accaduti è pura casualità; non intendo offendere la sensibilità altrui e invito alla lettura il solo pubblico maturo. Vi chiedo inoltre, di non appropriarvi o divulgare questo racconto, poiché non è assolutamente a scopo di lucro ma solo per puro divertimento personale. Buona lettura.

 BLACK WOLF 
[Capitolo 1]

 Un lupo nel gregge 
(prima parte) 

Sale lungo la scalinata di marmo più velocemente possibile, ha il fiato corto e le gambe tozze; lo sa bene che il suo inseguitore l'ha quasi raggiunto e che per lui non c'è speranza. Per poco non inciampa nell'ultimo gradino, si  lascia scappare un verso simile ad un grugnito, entra di corsa nella prima stanza che trova. Cerca di chiudersi dentro a chiave ma la porta si spalanca prima che lui abbia il tempo di reagire, «Por favor no disparar». L'uomo è con le spalle al muro, immobile, terrorizzato. Il suo assalitore gli tiene puntata una pistola a meno di un metro di distanza, non dice nulla, si limita a guardarlo negli occhi.

«¿Quién fue a mandarti aquí? Es Cobaldo Martinez?» dice quasi tra le lacrime. Non vuole morire, si sente impotente senza i suoi uomini a proteggerlo. Rimane in silenzio aspettando di essere ucciso, chiude forte gli occhi e maledice chiunque sia stato a mandare quel sicario, ma la cosa che più lo tormenta è il fatto di non aver potuto per l'ultima volta salutare sua madre. Passa qualche secondo e non è ancora successo nulla, Pablo riapre lentamente gli occhi e osserva tremando l'uomo che ha di fronte. Alto e sulla quarantina, calvo, porta un paio di occhiali con le lenti a specchio, folti baffi gli coprono il labbro superiore dandogli un'espressione cupa e seriosa. Il braccio sinistro puntato verso la testa di Pablo, nella mano la pistola con silenziatore. Nessuno dei due si muove, come se il tempo si fosse congelato. Poi si sente vibrare un telefono; sempre tenendolo sotto tiro, l'uomo prende dalla tasca della giacca uno di quei telefoni prepagati, senza distogliere lo sguardo schiaccia il tasto del vivavoce. «Mi senti, brutto figlio di puttana? Mi riconosci?». Pablo sbianca, è la voce di Joe Kooper, il suo ex-socio in affari.

«Dillo coraggio, dillo che sei stato tu!». La voce di Kooper echeggia nella stanza come un terremoto.
Pablo piange e continua a ripetere di non saperne nulla, l'uomo armato osserva impassibile la scena.
«Joe, ti ho detto che non soy stato io. Te lo giuro su mi madre».
«Pablo, amico mio. Ho passato gli ultimi cinque anni a cercarti e voglio solo una cosa da te. La verità».
In quelle parole, Pablo vede uno spiraglio di luce, una possibilità per cavarsela. Si asciuga con una manica della camicia il viso e prende coraggio: «Joe, t-tu me conoces da tanti años, y-yo no soy e-escapado da Phoenix, no he sido yo a revocar te a la policía. ¡Te lo juro sobre la cabeza de mi madre!».

Il messicano parla veloce, sputacchiando tra una parola e l'altra per il troppo nervoso, cerca in tutti i modi di salvarsi la pelle. Tenta di sembrare convincente e disperato anche difronte all'evidenza della sua colpevolezza; in pochi attimi il suo cervello è in cerca di nomi e fatti che possano scagionarlo, pensa al cugino Antonio, all'amico Gustavo e allo zio di San Pedro, ma nessuno gli può fornire un alibi. Nessuno. «Pablo Ramìrez Hernàndez, mi prendi forse per idiota? Chi credi che mi abbia detto dove trovarti, la fatina dei dentini? No, brutto pezzo di merda di un messicano del cazzo. Sai chi è stato? Vuoi proprio saperlo?». Kooper, dall'altro lato del cellulare, si lascia scappare una risata isterica che rimbomba tra le pareti della stanza dove si trovano Pablo e il misterioso sicario. Il messicano si appiattisce contro il muro alle sue spalle attendendo la risposta tra le lacrime. Guarda il cellulare nella mano del killer, poi rivolge lo sguardo alla pistola puntata contro la sua testa :«D-d-dime q-q-quien ha sido, Joe. ¡ dime el nombre de quién me ha condenado!» Urla disperatamente con tutta la voce che ha in corpo. Il volto paonazzo e le mani strette a pugno lungo i fianchi. Non è pronto per morire. Non è pronto per la risposta.

«È stata tua madre».

Un suono ovattato, Pablo viene scosso da un brivido. Si porta una mano sulla faccia e con l'indice passa attorno al foro che ora c'è al posto del suo occhio sinistro. «Mamà...» Bagna i pantaloni. Scivola lentamente lungo il muro lasciando una scia di sangue. «Ottimo lavoro Wolf, hai appena ricevuto la seconda metà del tuo compenso. Spero ch...» La telefonata si interrompe. Il killer spezza in due il cellulare e lo mette nello zaino nero che porta sulle spalle: è tempo di ripulire la casa. Tira fuori dalla tasca un secondo telefono prepagato, digita un numero a quattro cifre, sente partire una fastidiosa musichetta e poi la voce registrata di un disco. «Una pizza con peperoni e una coca light» Dice con tono tranquillo e pacato, il disco finisce e dall'altro capo un suono simile a quello di un vecchio modem interrompe la telefonata. Da quel momento ha solo cinque minuti per ripulire la casa da eventuali impronte e andarsene.

Ha ucciso dodici uomini e due prostitute fatte di chissà quale droga, un piccolo commerciante di schiavi messicano di nome Pablo Álvaro Ramìrez Hernàndez, avvelenato quattro cani da guardia e distrutto ogni prova che lo possa collegare alla strage. Eppure ha sempre paura di aver dimenticato qualcosa, un po' come quando si crede di aver lasciato il gas accesso in casa, solo che lui sa bene di non potersi permettere nessun errore, quindi decide di fare un'ultima ispezione per casa prima dell'arrivo della "pizza". Controlla ovunque, ogni corpo, ogni singolo dettaglio di ogni uccisione. Rivive ogni momento con fredda lucidità e calcolatezza.
Ripercorre i suoi passi all'interno della villa di Pablo e riconta le vittime, si assicura che nessuno di loro respiri ancora, non possono esserci testimoni. Poi un'illuminazione, il pomello della porta del bagno. Corre per le scale stando attento a non toccare nulla, si fionda davanti alla porta del bagno dove poco prima ha posto fine alla vita di Pablo e osserva il pomello. Niente impronte. Bene. Nonostante usi sempre i guanti, ha il terrore di lasciarsi dietro qualche impronta. Il cellulare nella tasca dei pantaloni vibra. È arrivata la "pizza".

Due ore dopo, da un piccolo albergo di Taxco, esce un uomo sulla quarantina, capelli castani e la faccia pulita. Indossa abiti eleganti e si trascina per la via un piccolo trolley da viaggio con fantasia floreale, è come al solito in ritardo e rischia di perdere l'aereo. Ferma il primo taxi che trova e con uno spagnolo molto scarso chiede all'autista di portarlo all'aeroporto Juarez International, Città del Messico. Arrivato a destinazione imprecando per la lentezza del taxi e disperato per la perdita del volo, scopre con sollievo che l'aereo diretto a Salt Lake city ha avuto un ritardo e che dovrà aspettare almeno tre ore prima di poter partire. Il signor Samuel Summer è l'unico passeggero contento della notizia, avrà così tutto il tempo per sistemare le ultime cose e poter crearsi una storia convincente per la moglie. Senza dimenticare un regalo per la piccola Heather. Mentre è seduto al terminal, osserva la miriade di persone che lo circondano, tutte impegnate nelle loro vite incuranti di ciò che le circonda. Lui si sente a suo agio in mezzo alla folla, si sente sicuro. Perché nessuno si accorgerebbe di lui, un uomo come tanti, senza nulla di speciale. Si aggiusta il parrucchino dietro le orecchie e si tocca il labbro superiore, gli piacevano i baffi. Tra tutta quella gente lui appare come un puntino invisibile, mentre in verità è una bestia famelica. Lui è un lupo nel gregge.