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mercoledì 31 agosto 2016

Una storia futura



Ti risvegli dal sonno mnemonico, con un mal di testa che quasi ti uccide; fatichi a riprenderti, tanto che sei costretto a prendere una di quelle pillole della MINDLESS-LAB™ per riuscire in tempi brevi a bloccare il senso di nausea e vertigini. Ingoi la pillola e chiudi gli occhi, mentre il mondo attorno a te smette lentamente di vorticare. Cinque minuti dopo sei in piedi, la nausea è passata e ti appresti ad andare al lavoro; sei in anticipo sulla tua tabella di marcia, sono appena le nove di sera, hai tutto il tempo necessario di passare per la città vecchia a prendere uno di quei Banh Mi fatti sul momento da Whu, il vecchio vietnamita amico di tua nonna. Mentre prendi l'ascensore per arrivare al piano terra, ripercorri col pensiero la scaletta del sonno mnemonico: eri partito con un ricordo della tua infanzia, uno di quelli che avevi completamente rimosso. Era il 2023, avevi sette anni ed era il periodo di Natale; all'epoca credevi ancora al vecchio pancione vestito di rosso che portava i regali scendendo dal camino. Bei tempi quelli dell'innocente ignoranza, dove il mondo aveva ancora un velo di magia, dove non sapevi cosa fossero l'inquinamento della mesosfera, lo scioglimento delle calotte polari ed il virus JJ03-POSITIVO. Un mondo migliore di quello che hai scoperto qualche anno più tardi. Stai comunque ricordando di quel giorno, poco prima di Natale, quando alla TV passarono la pubblicità di "Ghor, l'alieno robotico amico dei bambini", un robottino con una primordiale intelligenza artificiale in grado di pensare come un bambino vero. Ai tuoi occhi, Ghor era il regalo più bello che potesse portarti Babbo Natale. Finalmente avresti smesso di giocare da solo, avresti avuto un amico con cui parlare e divertirti, uno vero, non immaginario come quelli che avevi all'epoca. Hai cercato in tutti i modi di far capire ai tuoi genitori cosa dovesse portarti il vecchio pancione in rosso, li hai supplicati di mandare un'altra letterina dove promettevi di fare ancora più il bravo a scuola, che ti saresti lavato i denti tutti i giorni, che non avresti mai più detto parolacce e che non avresti più preso a calci il gatto del vicino, se solo avessi ricevuto "Ghor, l'alieno robotico amico dei bambini". E porca merda, il vecchio panzone ti portò uno stupido gioco per la Play5.

Ora che sei seduto in macchina, bloccato nel traffico perenne della città, ti rendi conto che nella vita non hai mai combinato nulla di buono; a quest'ora avresti potuto essere altrove, col culo dietro ad una scrivania, con una bella segretaria e un lavoro redditizio, se solo avessi ascoltato la testa e non il cuore. Dannati sentimenti. Il sogno mnemonico funziona così, cerca in modo randomico dei ricordi nel tuo cervello, anche quelli più profondi, poi crea una playlist e te la spalma in HD dritta nei circuiti dopaminergici. Il tutto grazie al MORFEON™, la macchina dei sogni perfetta, il regalo che ti sei fatto cinque anni fa, quando LEI ti ha lasciato. Eri talmente uno straccio che hai pensato diverse volte di farla finita, ma sie sempre stato uno sfigato senza palle, quindi hai preferito spendere buona parte dei tuoi risparmi per chiuderti a guscio e lasciarti soffocare dai ricordi: ecco quindi che nella tua miserabile vita è entrato il dispositivo mnemonico MORFEON™. Nel primo periodo passavi intere giornate attaccato a quel coso, pescando solo i frammenti felici della vostra vita assieme; una cartella piena di file con nomi da ritardato come: "Io e lei al mare luglio 2038", "Il mio grande amore e io gennaio 2039" o "La nostra prima volta", il tutto condito da piccoli spezzoni di vita quotidiana. Uno schifo, ma per fortuna tutto è finito il giorno in cui ti sei dimenticato di selezionare solo i ricordi belli, ritrovandoti a rivivere il momento esatto di quando ti lasciò come un povero stronzo. Ci volle più di una pillola della MINDLESS-LAB™ per riportarti sulla Terra, accompagnate da abbondanti dosi di alcool e nicotina. Decidesti allora di cancellare quei momenti dal database mnemonico, bloccando alla macchina ogni possibile accesso a quei determinati ricordi. E pensare che per lei hai lasciato perdere la tua promettente carriera da narrowcaster, nonostante ti fosse stata promessa una scrivania e un ufficio tutto tuo. Ma tu no, hai dovuto buttare tutto al vento, perché avresti dovuto cambiare città e lei non avrebbe mai mollato il suo lavoro. Hai preferito sacrificare la tua carriera pur di starle vicino, ed infatti pochi mesi dopo ti ha dato il ben servito, rinfacciandoti di non darle abbastanza attenzioni. Molto probabilmente era un modo carino per dirti che si scopava un altro; ma a te ora poco importa, ora hai un nuovo lavoro che ti permette di conoscere gente nuova, di poterti fare tutti quegli amici che non sei riuscito a farti quando eri bambino. Ora fai il personal branding manager, fai il turno di notte e sei in contatto con persone da tutto il mondo, persone con grossi problemi di autostima che si sentono esclusi dalla vita sui social network. Gente come te, scontenta della propria esistenza, che cerca una possibilità di risalto tra miliardi di profili personali tutti uguali; questi sono gli anni in cui il boom della realtà virtuale ha reso il 30% della popolazione mondiale dei disadattati, dove il tasso dei suicidi per colpa della poca notorietà è sempre più alto, sono gli anni in cui se non sei nessuno in rete non sei nessuno neppure nella vita vera. E questo fa di te il loro salvatore, la loro unica possibilità di poter diventare qualcuno nel nuovo mondo digitale. Passi ore intere a parlare con loro, a conoscere le loro storie, a consolarli e aiutarli a ricrearsi da zero. E questo si collega al tuo secondo sogno mnemonico: era il 2034 e all'epoca frequentavi il primo anno di college, per questo ti sentivi in qualche modo adulto, pronto per fare le tue prime esperienze lontano dall'ala protettrice di tua madre. Quello che allora non sapevi, è quanto potessero essere stronzi quelli dell'ultimo anno, specialmente con i ragazzi più ingenui, le pecorelle senza difese davanti ad un branco di lupi famelici. Il tutto successe durante una pausa pranzo, sembrava una giornata come le altre, tu seduto su di una panchina in silenzio a ripassare gli appunti della lezione. Poi qualcuno ti prende dalle mani il tablet olografico e inizia a correre, tu lo rincorri pensando si tratti di un ladro ma quando svolti l'angolo ecco che ti si parano davanti cinque armadi: sono quelli dell'ultimo anno, sono grossi, stupidi e dietro di loro c'è il ladro di tablet assieme a tutta la loro compagnia. Tu gli chiedi di ridarti quello che ti hanno rubato, ma loro, ovviamente, se la ridono. Uno ti si avvicina così tanto che senti la puzza del suo fiato, ti dice che se rivuoi il tuo tablet olografico devi fare una cosa per loro: alla prossima lezione devi presentarti in mutande. Una cosa stupida, che ti avrebbe messo in imbarazzo davanti a tutti, ma se rifiutavi o chiedevi aiuto ti avrebbero gonfiato di botte, dopo aver sbandierato ai quattro venti la cronologia delle tue ricerche notturne in rete. Ecco perché del furto del tablet. Hai passato tutta la notte sveglio, seduto sul cesso a piangere, ed il giorno dopo hai mantenuto la promessa fatta con i bulli dell'ultimo anno. Il ricordo di quella umiliazione ti ha segnato per sempre, anche grazie alla viralità che al tempo ebbe il tuo video su Internet. Alla fine il tablet lo hai riavuto indietro, anche se da quel momento la tua vita al college prese una brutta piega. Da nullità passasti a zimbello della scuola, i tuoi genitori volevano sapere il perché del tuo gesto, ma tu avevi paura, tu hai sempre avuto paura di dire la verità. Hai sempre avuto paura delle conseguenze, ma per fortuna in tuo aiuto venne il professor Wildor. Ricordi con piacere i pomeriggi passati a discutere con lui, lo vedevi quasi come un secondo padre, e grazie a lui hai imparato a credere di più in te stesso. In parte, è stato grazie ai suoi consigli se col tempo hai imparato ad aprirti alle persone, a migliorarti e a non farti più mettere i piedi in testa da nessuno. Tranne che da LEI, ovviamente.

Whu ti allunga il Banh Mi e ti sorride, non dice mai una parole, forse il fatto che parli solo vietnamita non aiuta la conversazione, ma non capisci comunque come faccia a conoscere tua nonna. Rimani a pensarci ancora per qualche secondo, giusto in tempo per sederti in macchina e iniziare a mangiare il tuo Banh Mi. Guardi fisso fuori dal finestrino, con lo sguardo rivolto in alto, sulle facciate dei palazzi della città vecchia, dove le insegne al neon una volta illuminavano a giorno quelle strade ora quasi dimenticate. Sono in pochi che si spingono fino alla città vecchia, dove nel '33 il virus JJO3-POSITIVO uccise più di duecento persone nel giro di pochi giorni. Da quel momento la gente iniziò a spostarsi sempre più verso il centro, abbandonando al degrado quella parte di città che un tempo era il cuore pulsante della movida. In quei quartieri hai passato i due anni successivi al college, principalmente perché gli appartamenti erano venduti a prezzi stracciati, per via dello svuotamento progressivo dovuto alla paura dell'infezione del virus, anche se era stato debellato da anni. E proprio sotto alla tua finestra la vedesti per la prima volta. LEI, quella che da lì a poco sarebbe divenuta prima la tua ancora di salvezza, poi, col passare del tempo, la tua rovina. Avresti voglia di pensare a quell'ultimo sogno mnemonico che ti è stato proiettato nel cervello dal MORFEON™, ma non lo fai. Sai bene che sarebbe un errore, che ricordare certi momenti della propria vita passata è pericoloso; ma poi te ne freghi e premi play.

E così, lungo il tragitto che ti porta al lavoro, la tua mente è proiettata altrove. Non in un luogo preciso, ma in un pensiero che è rimasto tale: il pensiero di come sarebbe potuta essere la tua vita se LEI fosse ancora con te. Quella casa mai comprata, quella famiglia mai creata, quei momenti felici mai vissuti ma che ti sei immaginato quando stavi con lei. Questo pensiero è l'unico che ogni notte il MORFEON™ ha il permesso di pescare dalla tua cartella proibita. L'unica cosa più vicina alla felicità che ti resta.

lunedì 23 maggio 2016

In nomine


Ho guardato nell'abisso e non ho provato paura; ho vagato senza meta nelle lande grondanti di sangue, dove l'oscurità ha banchettato con la mia anima, facendola a brandelli e dandola in pasto alle immondi bestie. Ho camminato per così tanto tempo che la carne sotto ai miei piedi si è consumata fino alle ossa; il dolore non mi appartiene più, nessuna sensazione pervade il mio corpo da secoli, perché questa è la mia punizione. Il mio castigo per aver osato sfidare il suo sguardo. Nessuna creatura può levare il capo in sua presenza, poiché tutto il creato è ora sotto il suo dominio, e noi tutti siamo le sue larve. Vuoti contenitori con l'unico scopo di riprodursi, in modo da fornirgli sostentamento eterno con le nostre anime e quelle dei nostri discendenti a Lui e a tutta la sua stirpe di bestie fameliche, generate dal peccato, dalla perversione di noi umani. Prima di tutto questo io ero un uomo comune, senza particolari ambizioni nella vita, senza una famiglia, senza un vero scopo: fino a quando non ho scoperto il culto. In breve tempo ne divenni completamente assuefatto; sentivo il bisogno fisico di pregare in ogni momento della giornata, lasciai il lavoro per potermi dedicare completamente ad esso. Eravamo in milioni, provenienti da ogni parte del mondo, per secoli nascosti in scantinai bui, in templi vecchi di millenni e dimenticati dal tempo; noi rappresentavamo la stirpe eletta dal cuore delle tenebre, gli uomini che avrebbero trasceso il senso stesso della vita, divenendo tutt'uno con Lui, l'innominabile. Il giorno del suo risveglio, quando il genere umano venne fagocitato dalla sua implacabile fame, io osservai tutto questo e non provai il benché minimo risentimento, nonostante fossi uno dei responsabili della fine del mondo, mi sentivo finalmente completo, come se avessi realizzato il sogno della mia vita. Una volta divorato l'ultimo essere vivente, Lui allungò le sue infinite appendici fino a raggiungere ogni angolo del pianeta alla ricerca dei suoi adoratori. Ricordo perfettamente il momento in cui venni avvolto dalle tenebre, quando ogni fibra del mio corpo evaporò. Poi mi ritrovai completamente nudo, avvolto in una placenta e immerso nel suo sacro sangue: ero divenuto uno dei suoi figli, uno della prima generazione. Sentivo scorrere in me i pensieri di ogni suo figlio, eravamo collegati l'uno con l'altro, formando una fitta rete di emozioni e coscienze che confluivano in Lui. 

Una volta uscito dalla placenta, il mio corpo era completamente cambiato, ma la mente è sempre rimasta la stessa di prima. Conservo tutt'ora i ricordi della mia vita precedente da umano, anche se fatico a concepire molte delle cose che un tempo facevano di me un uomo, come il provare sentimenti, la paura, il dolore, l'amore. Cose che non mi appartengono più, ma che in qualche modo sono rimaste impresse indelebilmente nella mia testa, forse per errore, visto che sembro essere l'unico dei suoi figli ad avere ancora un briciolo di coscienza umana. Gli altri, vuoti corpi dediti al continuo fecondarsi e riprodursi, sono divenuti esseri apatici e spenti; io invece penso, agisco, medito, mi ergo in piedi e non sento più il bisogno di pregare l'innominabile. Per questo motivo sono stato allontanato, perché ho osato alzare lo sguardo verso il mio creatore, con lo scopo di chiedergli qualcosa, volevo interagire con quella entità sovrana così distante e così vicina. Talmente vicina che ho potuto sentire i suoi pensieri nella mia testa, e di conseguenza lui ha sentito i miei, ha avvertito cosa stessi per pronunciare e mi ha fermato appena in tempo. In un istante il buio mi ha circondato ed il terreno sotto i miei piedi è sprofondato, facendomi sparire alla sua vista. Sono diventato un reietto, condannato a camminare nell'oblio in quella che una volta era la Terra, mentre ora non è altro che una landa informe e logora del sangue di tutto il genere umano, abitata dalle creature nate dal nostro peccato che si cibano dei frammenti della mia esistenza, senza lasciarmi morire, poiché il dono che mi ha fatto Lui prima di cacciarmi è stata la vita eterna, costretto ad un eterno dolore per aver pensato di porgli una semplice domanda: "Qual è il tuo nome?".

domenica 26 aprile 2015

Il richiamo


Sono passati due mesi da quando ho comprato questo vecchio faro e ne ho fatto la mia nuova casa. Pensavo di sfuggire al mio passato allontanandomi dal mondo, cambiando in modo radicale la mia vita. Credevo che la solitudine mi avrebbe redento dai peccati, che forse e dico forse avrei potuto cancellare una volta per tutte i miei errori. Ma mi sbagliavo.

Il mio nome è Abraham Booth, sono nato a Pittsfield in Massachusetts il 21 novembre del 1954. Sono stato cresciuto da mia madre, Elisabeth Booth, una povera donna che per tutta la sua vita non ha fatto altro che sacrifici. Mio padre non l'ho mai conosciuto, abbandonò mia madre appena seppe della sua gravidanza e di lui non se ne seppe più nulla. In gioventù ho provato diverse volte a rintracciarlo, anche solo per vedere che faccia avesse il bastardo che ci aveva abbandonati come fossimo sacchi di rifiuti, ma fu tutto inutile. Per venticinque anni, quella povera donna si prese cura di me senza l'aiuto di nessuno, nemmeno dei suoi genitori, che alla notizia della sua gravidanza la cacciarono di casa, ripudiandola e dandogli della prostituta. Immagina cosa provavo ogni giorno guardandomi nello specchio, nel vedere la mia immagine riflessa e provare rabbia nel sapere che la mia esistenza era causa di così tanta sofferenza. Io mi guardavo riflesso e non vedevo un uomo, ma un cancro che divorava ogni briciolo d'umanità a chi mi stava attorno. Mia madre ha passato la sua vita a prendersi cura di me, nonostante tutto il dolore che la mia esistenza gli ha arrecato, nonostante tutto, lei mi ha sempre amato senza mai rinfacciarmi nulla. Mai una lacrima ha solcato il suo volto, mai una volta che l'abbia vista piegarsi alla vita, anche quando la malattia la stava consumando, lei sorrideva sempre. Devo a lei ogni singolo respiro, ogni singolo momento che vivo, ogni battito del mio cuore. Lo devo solo a lei e al suo coraggio, alla sua forza d'animo e al suo amore.

Il giorno che morì, fu anche l'ultimo che passai a compiangermi. Presi le mie cose e mi trasferii a New York,  dove trovai lavoro come bibliotecario in una piccola biblioteca di quartiere. Nulla di speciale, ma il silenzio di quel luogo mi faceva sentire in pace con me stesso. Immagina per un momento cosa significhi passare le giornate circondato dal sapere universale, immerso nel silenzio più puro, dove anche il più insignificante dei suoi sembra un urlo straziante. Quello era il mio angolo di paradiso. Passavo le giornate a riordinare libri che di notte leggevo avidamente nel mio piccolo monolocale a due isolati dalla biblioteca: ho letto e riletto i più grandi classici della letteratura, ho viaggiato con la mente in ogni angolo del globo, ho vissuto innumerevoli vite e ho conosciuto personaggi che hanno lasciato un segno indelebile dentro di me. Non ero più il ragazzo senza padre, cresciuto sulle spalle di una madre che per colpa mia aveva perso tutto e tutti. Io ero il Capitano Achab, ero Fu Manchu e Sherlock Holmes, ero Edmond Dantès e Robinson Crusoe, ero Beowulf e Guy Montag, ero Aladino e Pëtr Kirillovič Bezuchov. Io ero tutti i più grandi personaggi della letteratura mondiale, ed ero nulla di più che un uomo solo. Fino al giorno in cui ti incontrai, Laura.

Era una giornata come tante, mai avrei immaginato che quella giovane ragazza intenta a curiosare tra gli scaffali della "mia" biblioteca mi avrebbe cambiato la vita completamente. Accadde tutto così velocemente che ancora oggi fatico a capire come sia potuto accadere; iniziò tutto con un tuo timido sorriso, ed io che impacciato ti chiedevo se avevi bisogno d'aiuto. Qualche giorno dopo tornasti per riportarmi i libri che ti avevo consigliato di leggere, ringraziandomi per gli ottimi gusti in fatto di letteratura; dopo due mesi passati a parlare solo di libri, presi il coraggio di invitarti fuori a cena, in un ristorante italiano a poca distanza dalla biblioteca dove lavoravo. Guadagnavo quel poco che bastava per potermi pagare l'affitto e permettermi di mangiare due volte al giorno, ma pur di passare una serata fuori a cena con te risparmiai per un mese intero mangiando alla mensa dei poveri. Ero disposto a tutto per te, perché per la prima volta in vita mia, avevo trovato la vera felicità. Dopo due anni lasciammo New York per trasferirci a Medford, dopo che tu trovasti  lavoro come insegnate ed io come addetto allo smistamento delle merci giù al porto. Quello fu il periodo più felice della mia vita. Scusa se sto ripercorrendo la mia vita, ma ho il bisogno di sfogarmi con qualcuno. Ora più che mai avrei bisogno del tuo aiuto.

La felicità è un sentimento flebile, dura quel tanto che basta per renderti debole; perché la vita, quando colpisce, lo fa con la forza di un ciclone. In un attimo spazza via ogni tua sicurezza. Quando la vita ti colpisce lo fa duramente e se non sei abbastanza forte ti getta in pasto all'oscurità più pura, dove non potrai fare altro che vederti annegare in un mare di sofferenza. Quando i dottori ti diagnosticarono la malattia era già troppo tardi; il male ti aveva già consumata fino al midollo e per te non c'era speranza di salvezza, non ti restava altro che attendere e sperare di non soffrire più del dovuto. Laura, amore mio, ho bisogno di te, perché dal momento della tua morte la mia vita ha perso ogni significato.

Quando mi ritrovai di nuovo solo lasciai il lavoro al porto, buttandomi a capofitto nella depressione e nello sconforto. Vagai senza meta da un bar all'altro, bevendomi i risparmi di una vita di sacrifici, cercando invano sul fondo di una bottiglia un po' di quella pace che solo tu sapevi darmi. Di quel periodo ho ricordi confusi, alternati tra la realtà e le visioni alcoliche, in un bucolico viaggio all'inferno dove tutto perdeva di significato. Sono stato in prigione per un breve periodo, dopo che per una parola di troppo avevo quasi strozzato un uomo. Mi vergogno profondamente di tutto quello che feci in quei giorni bui, dove mi dimenticai degli insegnamenti di mia madre e degli anni passati assieme a te. Dalla vendita della nostra casa guadagnai quel tanto che bastava per permettermi un monolocale appena fuori Boston; più che un appartemento sembrava un rifugio per i senzatetto, vivevo nel degrado più assoluto. Mai come in quel periodo la mia vita non aveva più senso. Andavo a donnacce, cercando conforto in quello squallore, ma era tutto inutile, mai nessuna ha più scaldato il mio cuore come l'hai fatto tu. Non ho mai amato nessun'altra come ho amato te. Ti amo Laura e non ho ma smesso di farlo, ho pure tentato di raggiungerti, ma all'ultimo secondo ho sempre rinunciato. Sono un codardo, lo sono sempre stato. Non ho la tempra di mia madre, ma la vigliaccaggine di mio padre. Per questo motivo, tentando di sfuggire al mondo, con i pochi soldi rimasti ho comprato questo vecchio faro su di una piccolissima isola poco fuori Ipswich Bay.

Pensavo che qui, lontano dal mondo, avrei potuto trovare rifugio dal mio passato, sperando di ritrovare la pace con me stesso: mai avrei immaginato di sbagliarmi così tanto.

Sono passati due mesi dal mio arrivo su quest'isola, per vivere faccio qualche lavoretto nel porto di Annisquam. Il posto ti piacerebbe molto Laura, la vista dall'alto del faro è meravigliosa e il rumore dell'oceano è la colonna sonora della mia nuova vita. O almeno, lo era prima che iniziassi a sentire quel richiamo. Iniziò all'improvviso, una notte mentre osservavo l'immensità dell'oceano illuminato dalla luce della luna. Il vecchio faro non funziona e non ho i soldi per ripararlo, per questo motivo la sua luce non è più un monito per i pescatori, ma tutt'altro, forse la sua oscurità ha attirato qualcosa di diverso. Qualcosa proveniente dagli abissi dell'inferno. Da quella notte, per ogni notte a venire e pure in questo momento, riesco a sentire la sua voce; un suono profondo, melodioso, un richiamo dalle profondità dell'oceano. Un richiamo per me.

Non c'è modo per non sentire quel suono, ho provato di tutto: ho usato i tappi per le orecchie, ho provato a coprire il suono con la musica ma anche al massimo del volume riesco a percepirlo limpidamente, anche ora che con uno spillo mi sono sfondato i timpani e che il dolore mi sta rendendo pazzo, io lo riesco ancora a sentire. Questo è un richiamo per me, mi vogliono, hanno bisogno della mia anima. Chiunque essi siano, vogliono che mi unisca a loro, vogliono che segua questo richiamo e che li raggiunga. Laura, quando sei morta la mia vita perse di significato, smisi di credere in Dio. Smisi di credere in ogni cosa, ma forse questo richiamo è la prova che mi sbagliavo; amore mio, forse per la prima volta da quando non ci sei più, ho trovato la pace con me stesso. Forse non devo aver paura dell'oscurità, ma al contrario, devo abbracciarla e divenire tutt'uno con lei. Mi stanno chiamando, loro mi vogliono e io non posso più tirarmi indietro, per troppo li ho ignorati, ma ora che anche nella sordità e nel dolore riesco a sentire le loro voci ho capito che mi sbagliavo. L'oceano vuole la mia vita, loro vogliono la mia vita. Ho visto in sogno cosa mi accadrà una volta che mi tufferò nell'oscurità di queste gelide acque, ho visto i loro tentacoli stringere il mio fragile corpo e ho sentito sulla mia pelle il dolore delle osse che si spezzano nella loro morsa. E sai una cosa Laura? Loro mi chiamano perché io possa essere qualcosa di più che un semplice uomo; da giovane mi piaceva immaginare d'essere come gli eroi dei libri che leggevo, d'avere il loro coraggio, il loro carisma, la loro forza. Ora invece ho capito qual'è la mia vera strada, io sarò più che un semplice uomo, io sarò il loro agnello sacrificale. Immolerò la mia vita a loro, in cambio della pace eterna che tanto ho bramato in tutti questi anni. Per questo motivo ti scrivo questa lettera, anche se non la leggerai mai, per dirti che quello che sto per fare supera ogni mia aspettativa. Una volta non avrei mai avuto il coraggio di gettarmi nelle onde, ma ora che ho sentito la loro voce non posso più tirarmi indietro. Addio Laura e grazie di tutto, spero che ovunque la mia anima venga condotta tu possa perdonarmi se non sarà lì con te, saluta mia madre e ringraziala per ogni sacrificio che ha fatto per me. Io ricambierò tutto questo immolandomi a loro, gli dei oscuri che da troppo tempo bramano la mia carne.

Sento il loro richiamo e non ho più paura, poiché aver paura di loro non serve a nulla. Esistono da tempo immemore ed esisteranno per sempre, trascendendo il concetto d'esistenza stessa e di vita. Perché loro non sono vivi e non sono morti. Loro esistono e basta, ed io mi sacrifico affinché loro possano placarsi e riposare ancora un po', fino a quando non saranno pronti per rivelarsi. A voi che vivete le vostre esistenze senza sentire il loro richiamo, io vi perdono, perché ignorate innocentemente la grandiosità della loro voce. Io mi sacrificherò nel loro nome, nella loro oscura immensità. Essi mi hanno rivelato il loro nome e sto piangendo dalla felicità, perché non esiste nome più sacro del loro. Il loro nome è...

martedì 28 ottobre 2014

La strada verso casa

Sono passati due anni dall'ultima volta che hai visto il cartello con scritto il nome della tua città. Ti sembra passato un secolo. Sei fermo da più di dieci minuti ad osservarlo senza dire una parola, fermo sul ciglio della strada a continuare a rileggere quel nome che per te un tempo significava casa. E ti accorgi che qualcosa è cambiato, per due lunghi anni hai girato il mondo e portato nel cuore la città in cui sei nato, sei cresciuto e dalla quale te ne sei andato alla ricerca di te stesso. Per due anni hai immaginato il tuo ritorno a casa come un momento magico, in cui il tuo cuore si sarebbe sgonfiato dal peso della malinconia e saresti tornato alla tua vecchia vita, consapevole di aver finalmente trovato il tuo posto nel mondo. Ma allora perché non vai oltre al cartello? Di cosa hai paura? Perché ti tremano le gambe?

Sei partito mollando il lavoro, la famiglia e gli amici. Da solo hai attraversato a piedi prima la tua regione, poi il confine del tuo stato; hai conosciuto persone fantastiche che ti hanno insegnato come vivere con niente, hai imparato delle nuove lingue, ti sei fatto voler bene per un tuo piccolo gesto e sei stato emarginato solo perché dormivi per strada, hai imparato l'importanza del rispetto verso chiunque e hai aiutato persone in difficoltà benché tu non avessi nulla da offrirgli. Hai condiviso quel poco di cibo che eri riuscito a trovare nel bidone dietro ad un ristorante con una ragazza poco più che ventenne, con un passato da dimenticare e l'incertezza del futuro. Ti piace pensare che quella ragazza sia finalmente felice e con un tetto sopra la testa, ma lo sai benissimo che non è così. Per qualche settimana hai fatto coppia con lei, nulla di serio ma sentivi il bisogno di starle vicino: poi un giorno ti sei svegliato e il suo sacco a pelo non c'era più, si era portata via pure la tua parte di cibo, lasciandoti da solo come un fesso in quel vecchio palazzo in costruzione e mai completato. Sei sempre stato sfortunato con le ragazze.

A Madrid hai conosciuto due ragazzi che come te erano alla ricerche di loro stessi, ma si cercavano nel posto e nel modo sbagliato. A Berlino sei stato minacciato di morte da un vecchio pazzo solo perché diceva che gli avevi rubato l'ombra, mentre a Tirana ti hanno quasi pugnalato per un pezzo di pane. A Salisburgo una vecchia signora ti ha pagato una cena solo per averla aiutata a scendere gli scalini di una chiesa, a Vienna un ragazzino ti ha regalato un sorriso con una battuta sulle tue scarpe tutte bucate, in Belgio hai bevuto una birra in compagnia di un vecchio musicista blues che da oltre venticinque anni suonava per le piazze più importanti d'Europa. In Francia hai trovato un cane abbandonato e l'hai chiamato Cotoletta, come il cane che avevi da quando avevi sette anni e che da poco se n'era andato; hai girato con lui tutta la Francia, fino a quando non l'hai donato ad una vecchia coppia di anziani che per colpa dei figli erano rimasti senza casa e che ora dormivano per strada, sicuro che almeno Cotoletta non li avrebbe mai abbandonati e che loro lo avrebbero trattato come un figlio.

Per due anni hai vissuto esperienze di ogni tipo, facendoti forza nei momenti più difficili pensando unicamente al momento in cui avresti fatto ritorno a casa. E ora che cosa succede? Non senti la mancanza dei tuoi genitori? Non provi malinconia a guardare quei palazzi e quelle strade a te famigliari? Tu per quelle strade ci sei cresciuto, in questa città ci sei nato e sono qui le tue radici. I tuoi genitori ti aspettano, per due anni hai mandato a loro cartoline da ogni posto in cui sei stato, rassicurandoli e dicendogli che un giorno saresti tornato. E quel giorno è finalmente arrivato. O no?

La gente in macchina ti fissa mentre passa, qualcuno ti indica pure, come se tu fossi venuto da chissà quale pianeta. Sei divenuto un alieno per tutti quanti, sei additato come un diverso, un "barbone". Ma questa è casa tua, perché chi ti circonda non lo capisce? Non riconoscono in te un loro simile? Eppure non sei diverso da una qualsiasi altra persona che abiti la tua città, non capisci del perché chi ti circonda ti guardi con sospetto. Che sia la tua folta barba o i capelli lunghi? Che sia perché da qualche giorno non ti lavi o del perché i tuoi abiti non siano alla moda come i loro? Che male avrai mai fatto per non sentirti a casa in casa tua? Forse hai capito del perché non vai oltre, hai finalmente capito che quello che stavi cercando non era te stesso, ma il tuo posto in questa civiltà.

Ora sei davanti alla tua vecchia casa, non è cambiato nulla. Ti senti stringere il cuore e vorresti con tutto te stesso suonare quel dannato campanello e dire "Sono io mamma, sono tornato", ma non lo fai. Non è ancora arrivato quel momento e forse non arriverà mai. Ti sei rimesso in viaggio, lasciandoti alle spalle solo qualche lacrima di nostalgia; avrai trovato te stesso ma non è questo il luogo che vuoi chiamare casa. Casa è un posto in cui ti senti a tuo agio, dove nessuno ti giudica per quello che sei, la casa è un rifugio in cui trovare la pace e la serenità. La casa è la tua fortezza, il tuo cuore, la tua anima. La tua casa è il mondo ed è lì che stai andando.

martedì 19 agosto 2014

La preda

Sono esausto. Ho attraversato le antiche foreste e solcato il mare; mi sono fatto strada strappando ogni mio passo alla stanchezza, senza mai cedere, sono andato avanti nonostante i piedi mi sanguinassero e il peso dell'armatura mi spaccasse la schiena. Ho sopportato la fame e il freddo, sono caduto e mi sono rialzato. E ogni volta che il dolore e la fatica stavano per farmi cedere, ho pensato a te. La mia preda. La mia forza.

Ora però, sono finalmente arrivato. Tu non puoi ancora vedermi ma io, dal fitto della boscaglia, ti sto osservando: un po' come fa un innamorato. Sei bellissima.
Osservo i tuoi movimenti leggiadri, sembra quasi che non tocchi terra quando cammini, come se non fossi di questo mondo. E più ti guardo e più mi viene un nodo alla gola. Le mani tremano. Mille domande si accavallano nella mia testa, il dubbio striscia come un serpente subdolo nella mente.  
"Non puoi farlo" mi dice.
"Ma io devo farlo" gli rispondo. Ma lui già non c'è più e al suo posto ora c'è un altro serpente, ancora più pericoloso: si chiama paura.

Tu intanto, continui nella tua vita di tutti i giorni, inconsapevole della mia esistenza e del fato oscuro che pende sulla tua testa. Amore mio, mi dispiace.
Rimango ancora qualche istante ad osservarti da qui, dove non posso essere visto. Guardo il tuo corpo muoversi, lo immagino caldo, morbido. Mi dispiace davvero tanto che tu sia la mia preda, a volte vorrei non essere quello che sono, quasi come se me ne vergognassi. Ma la vita è così, o sei una preda o sei un cacciatore. E io sono un cacciatore.

Caccio giù per lo stomaco la paura, estraggo la lunga spada dal fodero e la stringo saldamente tra le dita. Tu hai avvertito il rumore dei miei passi, l'ho visto perché ti sei fatta più cauta nei movimenti. Io quasi non respiro pur di non far rumore, attutisco ogni passo il più possibile mentre mi avvicino a te. Siamo a pochi metri ora e posso solo dirti che sei la più bella preda che abbia mai cacciato. Sei bellissima. Sei mia.

Scatto verso di te, la spada si alza nel cielo, tu finalmente ti accorgi di me e per la prima volta ci guardiamo negli occhi. I nostri sguardi si infrangono come il mare in tempesta contro gli scogli. Siamo due forze della natura che stanno per scontrarsi, io la fiera bestia da caccia e tu l'incantevole perfezione del creato. Ma prima che la mia lama possa spezzare tale bellezza, il mio corpo è spazzato via.

"Ma che succede?!?" mi domando rialzandomi a fatica a qualche metro di distanza.

Alzo lo sguardo e tu non ci sei più, sei fuggita al destino. Sei fuggita da me. "Ma come è possibile?" .
Poi vedo chi è stato a salvarti. Un cinghiale. Un fottutissimo cinghiale gigante. Ma porc...


In questi giorni ho ripreso in mano il gioco per PSP, Monster Hunter Freedom Unite. Erano anni che non ci giocavo e mi ero dimenticato di quanto fossero rompicojones i vari dinosauri e cinghialoni, soprattutto quando stai lottando contro la preda principale e loro arrivano a tradimento e ti colpiscono alle spalle. Gli stronzi. Bene, questo racconto è dedicato proprio a voi. Che mi rompete sempre le balle ogni volta che vado a caccia. Grazie.

mercoledì 16 luglio 2014

Il sangue del Kyughord

Precipita violentemente al suolo, la terra trema. Il boato e il rumore di alberi che si spezzano echeggia in tutta la vallata, poco prima che una coltre di polvere copra il luogo in cui è precipitata la creatura. Tra la fitta boscaglia si muove in gran velocità un gruppo di cacciatori, si dirigono verso la loro preda. Sui loro volti le vecchie pitture da caccia, arcaici simboli propiziatori; le loro vesta sono ricavate dalle pellicce delle loro prede, i loro elmi sono di metallo scuro e contornati dalle corna dei cervi del monte Agarath. I loro archi sono ricavati dal legno delle foreste di sambuco delle regioni di Hymh mentre le corte spade se le tramandano da padre in figlio, di generazione in generazione e ognuna si esse ha un nome. Perché non sono un semplice strumento di morte, non servono per cacciare, nessuno caccerebbe mai con una spada, esse servono ad un unico scopo: sacrificare la preda agli dei.

Superano il torrente saltando da un masso all'altro, si fanno strada spezzando e tagliando ogni ramo e cespuglio gli si pari dinnanzi, non si fermeranno per nessun motivo al mondo perché sanno che ogni minuto che passa, il Kyughord racquisterà sempre più energia e potrebbe tornare addirittura a volare. E loro questo non lo vogliono assolutamente. La nube di polvere alzata dalla caduta si sta lentamente posando a terra, lasciando intravedere una gigantesca sagoma scura; una volta giunti a pochi metri da essa si fermano ad osservare meglio la loro ambita preda. Una creatura alta più di dieci metri, ricoperta interamente di piume rosse, potrebbe ricordare per certi versi un felino se non fosse per il suo collo allungato e per il viso dai lineamenti decisamente umani, le grosse ali sono ripiegate lungo la schiena, entrambe sono spezzate e grondanti sangue.
Il più giovane dei cacciatori si avvicina lentamente al muso del Kyughord, lo guarda dritto negli occhi: due bellissimi occhi azzurri che stanno piangendo.
<<Non piangere, poiché il tuo sacrificio salverà la nostra gente dall'oscura malattia che la tormenta>>. Dice con tono gentile il ragazzo.
<<Kor, non possiamo attendere oltre>>. Il capo dei cacciatori è stanco, vuole tornare al più presto a casa per portare al druido il sangue della creatura. Sua figlia più piccola è già morta e non vuole che lo stesso accada pure con la più grande, quindi estrae la spada dal fodero e si avvicina a grandi passi alla bestia. Guarda il suo corpo respirare sempre più lentamente, mentre dalle numerose ferite sgorga copioso il prezioso sangue. Devono fare in fretta.
I cacciatori velocemente circondano la creatura, ognuno di loro alza la spada al cielo ed inizia a pregare:

<<Dei creatori del mondo, 
a voi dedichiamo questa caccia,
aiutate questa povera creatura a raggiungere il sacro Vyuijin e poter godere della meritata pace, 
che il suo sacrificio non sia stato vano e che la sua anima non ci porti rancore,
che le nostre lame siano benedette dal vostro potere affinché la nostra preda diventi sacrifico per voi,
donategli la serenità eterna.
Shurk>>.

Detto questo iniziano a colpire la bestia, mentre le sue urla strazianti rimarranno nella mente di Kor per tutta la sua vita. Qualche minuto dopo è calato ormai il silenzio, i cacciatori hanno riempito fino all'orlo ogni giara e sono pronti per tornare al villaggio, tutti tranne uno. Kor. Lui rimane immobile ad osservare il viso della creatura. Piange per quello che ha fatto, per il dolore che ha dovuto impartire alla povera bestia. Si chiede se era proprio necessario tutto ciò, se non c'erano alternative.
<<Kor, posso capire quello che stai provando, ma non c'era altro modo. Gli anziani hanno detto che il sangue del Kyughord è l'unico rimedio alla malattia che sta sterminando la nostra gente; lo sai cosa dicono le antiche leggende sul suo sangue, vero? Lo sai che è la nostra unica possibilità. Ora vieni, dobbiamo tornare al villaggio>>. Il capo dei cacciatori sta per voltarsi quando il ragazzo gli dice: <<Se è vero che il sangue del Kyughord guarisce ogni male, come mai quando è precipitato non si è curato? Perché in questi due giorni di caccia continua le sue ferite non sono mai guarite? Perché se n'è rimasto immobile mentre lo facevamo a pezzi?!?>>. Il ragazzo guarda il capo dei cacciatori attendendo una risposta, ma quest'ultimo non sa cosa dire, per tutta la vita non ha mai dubitato delle parole degli anziani del villaggio, mai. Ma le parole di Kor hanno smosso qualcosa, la sua convinzione assoluta delle cose vacilla, nella mente si raggruppano pensieri e avvenimenti passati che messi assieme potrebbero significare qualcosa. Che forse il ragazzo abbia ragione? Che le vecchie leggende siano sbagliate? Il dubbio attanaglia il cuore del capo dei cacciatori.
<<Kor, ragazzo mio, ci sono misteri su questa terra che neppure se tu vivessi per cento anni potresti mai capire. Lascia da parte ogni dubbio e ascolta le parole degli anziani, loro sono certi di quello che dicono e le antiche leggende sono le radici della nostra cultura, senza di esse noi non saremmo diversi dai barbari che abitano le terre dell'est. Ricordati di questo giorno ogni volta che la tua fede vacillerà, perché oggi hai avuto dimostrazione di quanto siano stati magnanimi gli dei con noi, tenendoci immobilizzato il Kyughord affinché noi lo sacrificassimo a loro e potessimo raccogliere il suo sangue>>. Detto queste parole, il capo dei cacciatori indica al ragazzo di riunirsi al gruppo per far finalmente ritorno al villaggio, ma prima di ripartire lancia un'ultimo sguardo alla carcassa martoriata della creatura e dentro di lui sente il bisogno di piangere, cerca di trattenersi e di sembrare il più normale possibile, nonostante per tutto il viaggio sia l'unico a non proferire parola. Dentro di lui qualcosa è cambiato. Ora non è più tanto sicuro delle parole degli anziani