domenica 26 aprile 2015

Il richiamo


Sono passati due mesi da quando ho comprato questo vecchio faro e ne ho fatto la mia nuova casa. Pensavo di sfuggire al mio passato allontanandomi dal mondo, cambiando in modo radicale la mia vita. Credevo che la solitudine mi avrebbe redento dai peccati, che forse e dico forse avrei potuto cancellare una volta per tutte i miei errori. Ma mi sbagliavo.

Il mio nome è Abraham Booth, sono nato a Pittsfield in Massachusetts il 21 novembre del 1954. Sono stato cresciuto da mia madre, Elisabeth Booth, una povera donna che per tutta la sua vita non ha fatto altro che sacrifici. Mio padre non l'ho mai conosciuto, abbandonò mia madre appena seppe della sua gravidanza e di lui non se ne seppe più nulla. In gioventù ho provato diverse volte a rintracciarlo, anche solo per vedere che faccia avesse il bastardo che ci aveva abbandonati come fossimo sacchi di rifiuti, ma fu tutto inutile. Per venticinque anni, quella povera donna si prese cura di me senza l'aiuto di nessuno, nemmeno dei suoi genitori, che alla notizia della sua gravidanza la cacciarono di casa, ripudiandola e dandogli della prostituta. Immagina cosa provavo ogni giorno guardandomi nello specchio, nel vedere la mia immagine riflessa e provare rabbia nel sapere che la mia esistenza era causa di così tanta sofferenza. Io mi guardavo riflesso e non vedevo un uomo, ma un cancro che divorava ogni briciolo d'umanità a chi mi stava attorno. Mia madre ha passato la sua vita a prendersi cura di me, nonostante tutto il dolore che la mia esistenza gli ha arrecato, nonostante tutto, lei mi ha sempre amato senza mai rinfacciarmi nulla. Mai una lacrima ha solcato il suo volto, mai una volta che l'abbia vista piegarsi alla vita, anche quando la malattia la stava consumando, lei sorrideva sempre. Devo a lei ogni singolo respiro, ogni singolo momento che vivo, ogni battito del mio cuore. Lo devo solo a lei e al suo coraggio, alla sua forza d'animo e al suo amore.

Il giorno che morì, fu anche l'ultimo che passai a compiangermi. Presi le mie cose e mi trasferii a New York,  dove trovai lavoro come bibliotecario in una piccola biblioteca di quartiere. Nulla di speciale, ma il silenzio di quel luogo mi faceva sentire in pace con me stesso. Immagina per un momento cosa significhi passare le giornate circondato dal sapere universale, immerso nel silenzio più puro, dove anche il più insignificante dei suoi sembra un urlo straziante. Quello era il mio angolo di paradiso. Passavo le giornate a riordinare libri che di notte leggevo avidamente nel mio piccolo monolocale a due isolati dalla biblioteca: ho letto e riletto i più grandi classici della letteratura, ho viaggiato con la mente in ogni angolo del globo, ho vissuto innumerevoli vite e ho conosciuto personaggi che hanno lasciato un segno indelebile dentro di me. Non ero più il ragazzo senza padre, cresciuto sulle spalle di una madre che per colpa mia aveva perso tutto e tutti. Io ero il Capitano Achab, ero Fu Manchu e Sherlock Holmes, ero Edmond Dantès e Robinson Crusoe, ero Beowulf e Guy Montag, ero Aladino e Pëtr Kirillovič Bezuchov. Io ero tutti i più grandi personaggi della letteratura mondiale, ed ero nulla di più che un uomo solo. Fino al giorno in cui ti incontrai, Laura.

Era una giornata come tante, mai avrei immaginato che quella giovane ragazza intenta a curiosare tra gli scaffali della "mia" biblioteca mi avrebbe cambiato la vita completamente. Accadde tutto così velocemente che ancora oggi fatico a capire come sia potuto accadere; iniziò tutto con un tuo timido sorriso, ed io che impacciato ti chiedevo se avevi bisogno d'aiuto. Qualche giorno dopo tornasti per riportarmi i libri che ti avevo consigliato di leggere, ringraziandomi per gli ottimi gusti in fatto di letteratura; dopo due mesi passati a parlare solo di libri, presi il coraggio di invitarti fuori a cena, in un ristorante italiano a poca distanza dalla biblioteca dove lavoravo. Guadagnavo quel poco che bastava per potermi pagare l'affitto e permettermi di mangiare due volte al giorno, ma pur di passare una serata fuori a cena con te risparmiai per un mese intero mangiando alla mensa dei poveri. Ero disposto a tutto per te, perché per la prima volta in vita mia, avevo trovato la vera felicità. Dopo due anni lasciammo New York per trasferirci a Medford, dopo che tu trovasti  lavoro come insegnate ed io come addetto allo smistamento delle merci giù al porto. Quello fu il periodo più felice della mia vita. Scusa se sto ripercorrendo la mia vita, ma ho il bisogno di sfogarmi con qualcuno. Ora più che mai avrei bisogno del tuo aiuto.

La felicità è un sentimento flebile, dura quel tanto che basta per renderti debole; perché la vita, quando colpisce, lo fa con la forza di un ciclone. In un attimo spazza via ogni tua sicurezza. Quando la vita ti colpisce lo fa duramente e se non sei abbastanza forte ti getta in pasto all'oscurità più pura, dove non potrai fare altro che vederti annegare in un mare di sofferenza. Quando i dottori ti diagnosticarono la malattia era già troppo tardi; il male ti aveva già consumata fino al midollo e per te non c'era speranza di salvezza, non ti restava altro che attendere e sperare di non soffrire più del dovuto. Laura, amore mio, ho bisogno di te, perché dal momento della tua morte la mia vita ha perso ogni significato.

Quando mi ritrovai di nuovo solo lasciai il lavoro al porto, buttandomi a capofitto nella depressione e nello sconforto. Vagai senza meta da un bar all'altro, bevendomi i risparmi di una vita di sacrifici, cercando invano sul fondo di una bottiglia un po' di quella pace che solo tu sapevi darmi. Di quel periodo ho ricordi confusi, alternati tra la realtà e le visioni alcoliche, in un bucolico viaggio all'inferno dove tutto perdeva di significato. Sono stato in prigione per un breve periodo, dopo che per una parola di troppo avevo quasi strozzato un uomo. Mi vergogno profondamente di tutto quello che feci in quei giorni bui, dove mi dimenticai degli insegnamenti di mia madre e degli anni passati assieme a te. Dalla vendita della nostra casa guadagnai quel tanto che bastava per permettermi un monolocale appena fuori Boston; più che un appartemento sembrava un rifugio per i senzatetto, vivevo nel degrado più assoluto. Mai come in quel periodo la mia vita non aveva più senso. Andavo a donnacce, cercando conforto in quello squallore, ma era tutto inutile, mai nessuna ha più scaldato il mio cuore come l'hai fatto tu. Non ho mai amato nessun'altra come ho amato te. Ti amo Laura e non ho ma smesso di farlo, ho pure tentato di raggiungerti, ma all'ultimo secondo ho sempre rinunciato. Sono un codardo, lo sono sempre stato. Non ho la tempra di mia madre, ma la vigliaccaggine di mio padre. Per questo motivo, tentando di sfuggire al mondo, con i pochi soldi rimasti ho comprato questo vecchio faro su di una piccolissima isola poco fuori Ipswich Bay.

Pensavo che qui, lontano dal mondo, avrei potuto trovare rifugio dal mio passato, sperando di ritrovare la pace con me stesso: mai avrei immaginato di sbagliarmi così tanto.

Sono passati due mesi dal mio arrivo su quest'isola, per vivere faccio qualche lavoretto nel porto di Annisquam. Il posto ti piacerebbe molto Laura, la vista dall'alto del faro è meravigliosa e il rumore dell'oceano è la colonna sonora della mia nuova vita. O almeno, lo era prima che iniziassi a sentire quel richiamo. Iniziò all'improvviso, una notte mentre osservavo l'immensità dell'oceano illuminato dalla luce della luna. Il vecchio faro non funziona e non ho i soldi per ripararlo, per questo motivo la sua luce non è più un monito per i pescatori, ma tutt'altro, forse la sua oscurità ha attirato qualcosa di diverso. Qualcosa proveniente dagli abissi dell'inferno. Da quella notte, per ogni notte a venire e pure in questo momento, riesco a sentire la sua voce; un suono profondo, melodioso, un richiamo dalle profondità dell'oceano. Un richiamo per me.

Non c'è modo per non sentire quel suono, ho provato di tutto: ho usato i tappi per le orecchie, ho provato a coprire il suono con la musica ma anche al massimo del volume riesco a percepirlo limpidamente, anche ora che con uno spillo mi sono sfondato i timpani e che il dolore mi sta rendendo pazzo, io lo riesco ancora a sentire. Questo è un richiamo per me, mi vogliono, hanno bisogno della mia anima. Chiunque essi siano, vogliono che mi unisca a loro, vogliono che segua questo richiamo e che li raggiunga. Laura, quando sei morta la mia vita perse di significato, smisi di credere in Dio. Smisi di credere in ogni cosa, ma forse questo richiamo è la prova che mi sbagliavo; amore mio, forse per la prima volta da quando non ci sei più, ho trovato la pace con me stesso. Forse non devo aver paura dell'oscurità, ma al contrario, devo abbracciarla e divenire tutt'uno con lei. Mi stanno chiamando, loro mi vogliono e io non posso più tirarmi indietro, per troppo li ho ignorati, ma ora che anche nella sordità e nel dolore riesco a sentire le loro voci ho capito che mi sbagliavo. L'oceano vuole la mia vita, loro vogliono la mia vita. Ho visto in sogno cosa mi accadrà una volta che mi tufferò nell'oscurità di queste gelide acque, ho visto i loro tentacoli stringere il mio fragile corpo e ho sentito sulla mia pelle il dolore delle osse che si spezzano nella loro morsa. E sai una cosa Laura? Loro mi chiamano perché io possa essere qualcosa di più che un semplice uomo; da giovane mi piaceva immaginare d'essere come gli eroi dei libri che leggevo, d'avere il loro coraggio, il loro carisma, la loro forza. Ora invece ho capito qual'è la mia vera strada, io sarò più che un semplice uomo, io sarò il loro agnello sacrificale. Immolerò la mia vita a loro, in cambio della pace eterna che tanto ho bramato in tutti questi anni. Per questo motivo ti scrivo questa lettera, anche se non la leggerai mai, per dirti che quello che sto per fare supera ogni mia aspettativa. Una volta non avrei mai avuto il coraggio di gettarmi nelle onde, ma ora che ho sentito la loro voce non posso più tirarmi indietro. Addio Laura e grazie di tutto, spero che ovunque la mia anima venga condotta tu possa perdonarmi se non sarà lì con te, saluta mia madre e ringraziala per ogni sacrificio che ha fatto per me. Io ricambierò tutto questo immolandomi a loro, gli dei oscuri che da troppo tempo bramano la mia carne.

Sento il loro richiamo e non ho più paura, poiché aver paura di loro non serve a nulla. Esistono da tempo immemore ed esisteranno per sempre, trascendendo il concetto d'esistenza stessa e di vita. Perché loro non sono vivi e non sono morti. Loro esistono e basta, ed io mi sacrifico affinché loro possano placarsi e riposare ancora un po', fino a quando non saranno pronti per rivelarsi. A voi che vivete le vostre esistenze senza sentire il loro richiamo, io vi perdono, perché ignorate innocentemente la grandiosità della loro voce. Io mi sacrificherò nel loro nome, nella loro oscura immensità. Essi mi hanno rivelato il loro nome e sto piangendo dalla felicità, perché non esiste nome più sacro del loro. Il loro nome è...

6 commenti:

  1. Risposte
    1. Non si pronuncia il loro nome. ;)

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    2. Oh, fan tanta scena ma in fondo son dei buoni diavoli...
      Bel pezzo,non so se totalmente inventato, ma a tratti toccante. Lo stile è molto personale, mi ricorda Jean Ray più che Lovecraft. 30 anni fa incontrai un Grande Antico, ecco come andò:

      Lo trovai per caso in un polveroso sotterraneo… Il recipiente di vetro scuro in cui riposava (in cui forse qualcuno l’aveva imprigionato eoni prima) sembrava vecchissimo, ed era coperto dalla polvere dell’oblio. Non so cosa mi spinse a liberarlo: ripensandoci oggi, nei pochi momenti di lucidità che conservo, mi sembra che una voce si fossa insinuata dentro di me, dapprima debole, supplichevole, poi sempre più insinuante e ossessiva… “Liberami! … Liberami!” ripetè per giorni… “Lasciami uscire!”. E che Dio mi perdoni, lo feci. Spezzai i sigilli, e fu libero!
      Non aveva forma definita, ma sembrava piuttosto una sorta di liquido, di denso fluido. Scorreva beffardo e il modo migliore in cui posso definirlo è riferendomi al colore. Aveva un “colore” cangiante, malsano, che non si può spiegare esattamente, poiché non è di questo mondo e su questo mondo non c’è parola che esattamente lo descriva.
      Pareva riassumere in sé tutte le sfumature del Rubino, del Purpureo, del Violetto, e tutte erano fuse insieme da inquietanti riflessi dorati. Come il maligno occhio d’ambra di una cosa morta da molte ere, e tuttavia dotata di perversa volontà, Esso mi fronteggiava.
      “Lasciami entrare… Lasciami entrare!”. Sarebbe bastato uscire dalla stanza, eppure le mie gambe erano legate, la mia volontà cancellata. Mi muovevo come in sogno, con l’orrenda consapevolezza di dover fuggire…
      Troppo tardi… troppo tardi! Udii il grido di trionfo del mio avversario! Il rosso fiume dell’oblio stava entrando in me, riempiendomi il corpo di una forza e di un calore che sapevo illusori, ingannevoli, e che sarebbero costati il prezzo della mia anima… ero io adesso lo strumento, il vascello di quella orrenda Cosa che sarebbe stata libera di vagare per il mondo… Ah, se solo non avessi aperto quella pesante porta! Se non avessi infranto il vetro che imprigionava il mostro purpureo!
      In quel momento seppi di essere perduto, perché avevo incontrato un grande Antico. Un Rosso Antico.

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    3. Grazie per il complimento, sì è tutto mio senza prendere spunto da nulla, dato che con mio rammarico non ho mai letto nessuna opera di Lovecraft, nonostante lo conosca. Conosco bene o male le sue opere e di cosa tratta, mi sono ispirato ai suoi Grandi Antichi solo perché nella mia testa raffigurano tutto ciò che mi terrorizza quando penso all'immensità del mare. Alla profondità oscura in cui non scenderei mai e poi mai. La storia di Abraham è venuta fuori praticamente da sola, come se fosse un vecchio che abbia conosciuto realmente in un'altra vita. Forse chi lo sa, potrebbe darsi che sia realmente esistito e che mi abbia voluto lasciare il suo messaggio in un qualche modo a me sconosciuto. Il tuo incontro con L'antico Rosso è molto bello e mi piacerebbe sapere come l'hai cacciato. Perché l'hai cacciato, vero? :)

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  2. Allora ho sprecato il mio stile "lovecraftiano"... Sì, l'Antico l'ho...ehm.. espulso... Ero molto giovane allora. :-)

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    1. Non voglio sapere come l'hai espulso fuori...

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